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SBTi V2: come cambiano le regole di accounting e i perimetri dei target

In breve

La versione 2.0 del Corporate Net-Zero Standard ridisegna il modo in cui si fissano i target. Tre novità pesano più delle altre: una classificazione delle aziende in due categorie, A e B, che decide cosa è obbligatorio; l’obbligo di fissare obiettivi distinti per Scope 1 e Scope 2; e un nuovo approccio allo Scope 3, costruito sulla materialità delle singole categorie anziché sulle vecchie soglie aggregate. A questo si aggiunge una copertura richiesta che, per Scope 1 e 2, arriva al 100%.

Perché conta

Il cambiamento non è solo formale: sposta il punto in cui conviene investire nella qualità del dato. Con la V1.3 bastava raggiungere una copertura complessiva dello Scope 3; con la V2 occorre coprire ogni categoria che pesa davvero. Chi lavora già con un inventario dettagliato e fonti affidabili si trova avvantaggiato. Chi invece si fermava al 67% appoggiandosi alle categorie più semplici dovrà rimettere mano al perimetro. E c’è una scadenza da non perdere di vista: la V1 non resterà disponibile a lungo.

Le due categorie, A e B.

Tutta l’architettura della V2 ruota attorno a una classificazione per dimensione e area geografica. Un’azienda ricade in Categoria A se, in qualsiasi Paese, ha ricavi netti pari o superiori a 450 M€ oppure almeno 1.000 dipendenti equivalenti (FTE). Nei Paesi ad alto reddito la soglia si abbassa: vi rientra anche chi emette almeno 10.000 tCO₂e tra Scope 1 e 2, o chi soddisfa almeno due condizioni tra bilancio ≥ 25 M€, ricavi ≥ 50 M€ e 250 FTE. Tutte le altre aziende sono in Categoria B. I valori si calcolano sulla media degli ultimi due esercizi, mentre la geografia si legge sul Paese in cui ha sede la capogruppo. Da questa distinzione discende tutto il resto. Alla Categoria A la V2 chiede il target di Scope 3, la
stima dei consumi elettrici lungo l’orizzonte del target, la verifica indipendente di terza parte su anno base e progressi, la pubblicazione del piano di transizione entro 15 mesi dalla validazione e, dal 2035, una quota di responsabilità sulle emissioni residue (Ongoing Emissions Responsibility, almeno l’1%). Per la Categoria B quasi tutti questi punti restano opzionali, o scendono da obbligo a raccomandazione.

Scope 1 e 2: obiettivi separati e copertura totale.

La V2 vuole target distinti per Scope 1 e Scope 2 (e, per la Categoria A, anche per lo Scope 3). È uno stacco netto dalla V1.3, che consentiva di combinare gli scope — 1+2, o persino 1+2+3 — purché ogni componente reggesse da sola l’esame di ambizione. Ora quell’aggregazione sopravvive soltanto come modo di comunicare i risultati, non come obiettivo su cui l’azienda viene giudicata. Cresce anche la copertura minima, che passa dal 95% al 100%. La conseguenza è concreta: uno scope con numeri deboli non può più mimetizzarsi dentro un obiettivo combinato.

Scope 3: dalla soglia aggregata alla materialità.

È qui il cambiamento più profondo. Nella V1.3 il target di Scope 3 diventava obbligatorio quando lo Scope 3 superava il 40% delle emissioni totali, e doveva coprire almeno il 67% dello Scope 3 nel suo insieme; il target di lungo termine era obbligatorio per tutti, con una copertura minima del 90%. La V2 ribalta questa impostazione. Gli obiettivi di breve termine devono ora coprire ogni categoria di Scope 3 che, da sola, valga il 5% o più delle emissioni di Scope 3 (categorie 1–14), calcolate sull’inventario fisico. Non più una percentuale complessiva da centrare scegliendo le categorie più comode, ma ciascuna categoria significativa, presa una per una. Il target di lungo termine sullo Scope 3, al contrario, diventa facoltativo: torna obbligatorio solo se l’azienda decide di fissare un obiettivo di net-zero, e in quel caso deve coprire il 100%.

I perimetri: organizzativo e di inventario.

Sul perimetro la V2 continua ad appoggiarsi al GHG Protocol. I confini organizzativi e operativi si definiscono con uno degli approcci di consolidamento previsti (controllo operativo, controllo finanziario o quota di partecipazione), oppure secondo il quadro regolatorio nazionale applicabile, che è un’apertura nuova. Il confine si fissa a livello di capogruppo, ma una controllata può stabilirlo per conto proprio, a patto di saperlo motivare. Anche
l’inventario segue il GHG Protocol: lo Scope 3 va impostato secondo la Tabella 5.4 dello Scope 3 Standard, e vanno inclusi i sette gas del Protocollo di Kyoto. Un punto sembra un alleggerimento ma non lo è: la V1.3 permetteva di lasciar fuori fino al 5% dell’inventario, mentre la V2 elimina quella soglia e chiede un inventario completo, con target al 100%. I valori di GWP, invece, non sono fissati in nessuna delle due versioni.

Una posizione.

Letti insieme, questi cambiamenti indicano una direzione precisa: la V2 premia chi conosce le proprie emissioni al giusto livello di dettaglio. Passare dal 67% aggregato alla materialità per categoria vuol dire che non basta più accumulare copertura sulle fonti facili da misurare; bisogna saper dire, numeri alla mano, quali categorie superano il 5%, e lavorarci. È un incentivo alla qualità dell’inventario più che alla scorciatoia, e sposta il lavoro dalla dichiarazione del target ai dati che lo reggono.

Errori comuni ed elementi di attenzione.

In fase di transizione qualche errore è facile da commettere: ragionare ancora con la soglia del 67%, che non esiste più; sottostimare quante categorie di Scope 3 superano il 5%, perché l’inventario non è abbastanza dettagliato per farle emergere; o dare per scontato che i vecchi target combinati 1+2 contino ancora ai fini della valutazione. Sulle date, il quadro è questo: la V2.0 è uscita l’11 giugno 2026 ed è in vigore dal 1° febbraio 2027; la V1 resta utilizzabile per fissare target fino a fine 2027; e le aziende con target al 2030 dovrebbero passare alla V2.0 per il ciclo successivo (2030–2035) a partire dal 2028. Cambia anche il ritmo delle revisioni: al posto della revisione quinquennale della V1.3 subentra un ciclo più stringente, in cui i nuovi target vanno presentati in una finestra che va da 24 mesi prima a 12 mesi dopo la scadenza dei precedenti. Nelle fonti non compare una data unica oltre la quale la V2.0 diventa obbligatoria per tutti: la transizione è graduale.

Come si affronta.

Con la V2 il grosso del lavoro si sposta a monte, sull’inventario. Serve uno Scope 3 abbastanza granulare da far emergere le categorie sopra il 5% e da sostenere i relativi target in validazione: è lì, più che nella formulazione dell’obiettivo, che si gioca la partita. La piattaforma Bluegreen serve proprio a costruire quell’inventario in modo ordinato e tracciabile, categoria per categoria, con attenzione alla qualità del dato e alla coerenza tra un anno e l’altro, così che l’analisi di materialità sullo Scope 3 poggi su numeri difendibili. Il nostro compito si ferma
qui, ed è una scelta: forniamo la base tecnica auditabile, non il target già validato al posto tuo.

Voci correlate.

SBTi V2: la definizione dell’anno base · SBTi V2: crediti e Ongoing Emissions Responsibility · Analisi di significatività secondo la ISO 14064-1 · Primario, secondario o proxy · Market-based vs location-based.

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